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Ricordo di Silvi e delle variopinte vele sull’antico Adriatico del poeta teramano Fedele Romani

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Il  poeta e scrittore Fedele Romani, nacque a Colledara (Te) il 21 settembre 1855 , studiò nel liceo di Teramo e frequentò anche la scuola di disegno del pittore Gennaro  Della  Monica, affinando un talento naturale poi  espresso  nella produzione di caricature.

Laureatosi  in lettere alla Normale di Pisa  insegnò prima al liceo di  Teramo e poi a  Firenze dove visse  fino alla morte nel 1910. I suoi interessi culturali furono estremamente differenziati. Notevole l'apporto agli studi danteschi con la pubblicazione di numerosi saggi  per la "Lectura Dantis".

Si occupò, inoltre, di dialettologia  e pubblicò approfondite indagini relative alle parlate d’Abruzzo, Sardegna, Calabria e Toscana e collaborò con   numerosi periodici tra  i  quali La Gazzetta di Teramo, il Corriere Abruzzese. Fu caro amico di Giovanni Pascoli, che gli dedicò i Poemi italici.

La sua fama  è legata soprattutto all’opera narrativa. Ebbe vasta risonanza la pubblicazione di Colledara: libro di memorie che descrive personaggi e vita quotidiana di varie località abruzzesi che rappresenta la sua autobiografia intellettuale. Fu anche autore di poesie nel dialetto della montagna teramana.

L’incantevole villaggio della Silvi di un tempo descritto da Fedele Romani

Nei primi anni del ‘900  il paese aveva ancora un aspetto selvaggio : sia la spiaggia che le colline circostanti erano ricoperte di boschi, da qui  il nome “Silvi” dal latino “Silvae” che  indica appunto questa antica conformazione del litorale.

Un litorale che all’epoca aveva colori che andavano dal verde bottiglia dei boschi circostanti al verde-turchese del mare Adriatico quel mare che D’Annunzio chiamò “selvaggio, verde come i pascoli dei monti”. 

Il Romani ebbe più volte occasione nella sua vita di visitare  Silvi e nel 1909 così definisce questo incantevole  villaggio: “la spiaggia è tra le più belle d’Italia tutta  verdeggiante di vigne e d’ulivi, tutta ridente di villette, variamente sparse ed aggruppate”.                                                                  

In una di queste visite  recatosi  sull’altura dove sorge il paese, godendosi lo spettacolo in cui l’occhio può spaziare da una parte fino  al promontorio di Ancona e dall’altra  allo sperone del Gargano, così descrive le vele dipinte variopinte che solcavano le onde dell’Adriatico sottostante.

“Un non so che di barbarico e orientale e dirò di  turchesco… Andavano vagando qua e  là  per il  mare  le  paranze  delle vele dipinte a vivi  colori, i quali, poiché tra essi predominavano il giallo e   il rosso, formavano mirabili e liete armonie . Ogni barca o, per  dir meglio ogni coppia di barche nelle acque abruzzesi, porta il sacramento . la luna, il sole , la croce… Si sentono tra i marinai frasi come queste: è uscito il sacramento , è uscito il sole, è uscita la croce per indicare che le barche con questi emblemi si sono avanzate in mare per la pesca”.

In  un  interessante  documento  del  primo decennio del Novecento il  poeta e scrittore Romani, che si  trovava in  Germania a Colonia, descrive  una particolare  peculiarità  del  magico paese: l’uva d’oro. “ Nella vetrina di un negozio scorsi al posto d’onore alcune scatole d’uva fresca, d’un biondo così puro e trasparente che pareva staccata allora dalla vite”.

Quell’uva , indicata col nome di “Goldhi-vauben” appunto uva d’oro, era l’ appellativo usato in genere dai tedeschi nei riguardi dell’uva di Silvi. Fu essa a porgere al poeta il nostalgico saluto alla sua terra  d’Abruzzo. 

Anche Gabriele D’Annunzio, che nel periodo del Cenacolo francavillese si recò spesso a Silvi con i suoi amici e da solo, trasse  probabilmente ispirazione dalla  visione delle paranze che numerose uscivano nel  mare antistante il paese  per la pesca quando compose questi inimitabili versi:

“ Rientran  lente  da le liete pèsche                
sette  vele  latine,
e  portan  seco delle ondate fresche
di  fragranze  marine.
Son  bianche, rosse, gialle e su ci  raggia
l'occhiata  ultima  il  sole;
s'allunga l'aura una canzon  selvaggia”.

Ricostruzione  storiografica di Elisabetta  Mancinelli -  email: mancinellielisabetta@gmail.com

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